SOGNI RINASCENTI

La giovincella vien da la montagna, col suo fascio sottil,

all’insù calar del sole, reca in man un mazzolin di rose e viole,

onde siccome suole, ornar ella s’appresta che domani è un dì di festa e del

crepuscolar futur non v’è certezza.

Di là dall’aspro promontorio, dai contorni levigati che sembran cuspidi

d’avorio, se n’avvicenda un’ora con ell’altra, nel mormorio dè perfidi che

valgan meno d’una luna piena.

Nel piazzal stretto, pulviscol di pargoli, spergiuri di purezza e genuinità,

s’adunan chiassosi né a letizia, a rinnovar suggello di cotanta beltà.

Ruggenti e fervidi preparativi, insurgon dallo scampanio dè campanili,

ricolmi fienili, panieri incipenti, desideri trasbordanti gaiezza ed il rumor

silente de la tenerezza.

Eppur alle bestie, ch’è di sensibilità son fatte, l’eco dà ribalta vivacizza e

risonando ne l’orecchie batte.

Mistur di parole che fan propria la distanza inverando el vuoto dello spazio

n’tra terra e ciel.

Mentre un canto d’ecclesia si leva, l’attesa, che la vita ritorni ed i frammenti

d’esser mio, giaccian inermi tra le mani deà vita sua;

t’arrivedo spirito fuggente, tra n’i pascoli di gregge sparpigliato, addritta in

direzione ove l’erba è più verde e la natura ch’e esplode né colori

dell’immaginazione, aì s’aspecchia nel paradiso,

còi sui profum selvatici, primitivi, possiam sentir l’Africa, e le sue poderose

terre, sterminate di soli che mai s’accascheranno.

V’è da celebrar l’indeiscente fatica dell’uomo ch’attraversa e secoli.

Vuol sì così e colà, ciò che si vuole e dove si puote, e più non rimandare il

trapasso col destino. Neanche la più fervida speranza riuscirebbe a

rasserenar le core s’è non vi giace il Divino.

Da garzon ansante dal petto pulsante, ritorno al luogo ove v’eran domande

che trovan risposte nel profondo dè notte, nell’ultima stella brillante.

Sol il Dio crucifisso m’ascolta nel grido d’amor onnipotente e lenisce la mia

ferita interior. Di quell’infinito dolor che amai e mai conobbi. Corona di

spine, chè m’ha asciugato lacrime lasciando esse scorrer.

Più rincara la festa che d’ornamenti è ordita, eppiù le membra mie sé irton

di languida follia a veder ella,

come se Dio m’avesse creato innanzi su Sacro Universo, eddio

volless’essere l’ombra dè su corpo envincibile, ed eternamente seguirla pè

non perderla.

Che de cotanto amor, amar ch’ho dato, mappiù in passion furente sarà

dimenticato, a giurarlo pè sempre io son pronto, d’una virtù maggior di cui

non v’è un racconto.

E dunque, sì, quando le vedda, che discende dagli astri e governa ogni cosa,

quella pulzella è per me l’ultimo bocciolo d’una primavera che fioriva a

iosa, una salvezza vera pè aspera ed astra.

Ch’è nel riflesso delle pupille sue, rivedo l’audacia dè giocatori di grandi

scoperte.

E un giorno, domani, Dio si mostri e smentisca color ch’ son adoratori del

vuoto, ch’e non conoscen il supremo.

Il nostro giorno può finire e poi risorgere proprio comm è o Dio, ma quando

muore il nostro lungo giorno, una notte infinita dormiremo, sulla ripa del

cielo illuminato dè sogni dell’avvenire.

I sì quaccun ci chieddà cos’è, avremmo a dir: “Quest’è il nostro miracolo”

Achille

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