SOGNI RINASCENTI
La giovincella vien da la montagna, col suo fascio sottil, all’insù calar del sole, reca in man un mazzolin di rose e viole, onde siccome suole, ornar ella s’appresta che domani è un dì di festa e del crepuscolar futur non v’è certezza. Di là dall’aspro promontorio, dai contorni levigati che sembran cuspidi d’avorio, se n’avvicenda un’ora con ell’altra, nel mormorio dè perfidi che valgan meno d’una luna piena. Nel piazzal stretto, pulviscol di pargoli, spergiuri di purezza e genuinità, s’adunan chiassosi né a letizia, a rinnovar suggello di cotanta beltà. Ruggenti e fervidi preparativi, insurgon dallo scampanio dè campanili, ricolmi fienili, panieri incipenti, desideri trasbordanti gaiezza ed il rumor silente de la tenerezza. Eppur alle bestie, ch’è di sensibilità son fatte, l’eco dà ribalta vivacizza e risonando ne l’orecchie batte. Mistur di parole che fan propria la distanza inverando el vuoto dello spazio n’tra terra e ciel. Mentre un canto d’ecclesia si leva, l’attesa, che la vita...